le designer belghe dominano la paris fashion week?

Perché una collezione di moda non dovrebbe essere giudicata a caldo, ma con la distanza che permette la critica, siamo tornati sulla Paris Fashion Week primavera-estate 2027. Fedele alla sua abitudine, ci ha offerto la sua dose di momenti memorabili e di polemiche. La nostra attenzione è andata però a tre designer di origine belga, che hanno dominato la scena moda parigina: Ester Manas, Julie Kegels e Marie Adam-Leenaerdt.
Alla direzione artistica del proprio marchio omonimo, tutti fondati da meno di dieci anni, appartengono a una nuova ondata di designer che ripensa e interroga la moda. Tutte e tre difendono una visione giovane, leggera (il che non vuol dire poco seria) e rinfrescante dell’abito. Ma soprattutto si ritrovano attorno a un omaggio alla femminilità, attraverso collezioni fatte da donne e per donne, a cominciare da loro stesse. Ed è precisamente qui che sta la loro forza.
Marie Adam-Leenaerdt
È solo nel 2023 che Marie Adam-Leenaerdt lancia il suo marchio di prêt-à-porter, con un posizionamento lusso. Eppure ne emana una sicurezza immediata e contagiosa, che le è valsa tra l’altro il prestigioso, e più recente, gran premio dell’Andam. Decisa a fare del 2026 il suo anno, entra nella BOF 500, la classifica che raccoglie le personalità più influenti. La testata applaude la creatrice belga, che ha saputo imporsi come uno dei nomi giovani più commentati della scena parigina, nota per deviare i basici del guardaroba e dare loro una dimensione modulabile.
Ancora niente front row da Marie Adam-Leenaerdt. Gli ospiti sono collocati tutti allo stesso livello, per godersi lo show allo stesso modo. La sfilata si apre su un rumore quotidiano, così familiare che non ci facciamo più caso: quello degli scanner che passano in rassegna la nostra spesa. Segue una colonna sonora indie pop dagli accenti rock, il tipo di musica che si immagina nelle corsie dei supermercati americani degli anni Settanta. L’esigenza del dettaglio prosegue nella scenografia, dove file di frigoriferi espongono verdure fresche.
Sul piano della moda, è difficile immaginarsi con questi abiti a fare la spesa, nonostante la presenza dei carrelli. Resta comunque una coerenza nel discorso: rivelare ciò che non ci prendiamo più la briga né di mostrare né di vedere. Tessuti satinati dai mille riflessi e mille pieghe, reggicalze, accessori dell’intimo che vengono alla luce del giorno, cappotti interamente trapuntati in cui la fodera prende il ruolo principale. Marie Adam-Leenaerdt ci presenta una collezione all’insegna del contrasto: infradito e sandali leggeri incrociano scarpe da sera, mentre silhouette quasi ripiegate su se stesse, con una scollatura a barca, un fiocco XXL o un cappuccio, convivono con look più liberi che mai, grazie a giochi di trasparenza, di asimmetria e di ampie aperture che rivelano parti del corpo finora tenute nascoste. La papessa del chic ci dimostra che il chic è plurale: può essere insolente, quasi sgargiante; elegante o persino impettito; noncurante e spontaneo.

Ester Manas
Nato nel 2019, qualche mese prima della pandemia, il marchio difende una moda inclusiva, audace e ultradesiderabile. Qui non se ne parla di mettere da parte delle donne: al contrario, ci si impegna a valorizzare quelle che per troppo tempo sono state escluse dall’industria della moda. Una visione molto applaudita all’epoca, e forse ancora di più oggi, quando l’estrema magrezza sembra tornare in auge. Ha fatto ottenere al marchio diversi riconoscimenti di rilievo: l’H&M Design Award, il Festival d’Hyères, il Prix LVMH e il Prix ANDAM.
Dietro questo successo, un duo di creativi, Ester Manas e Balthazar Delepierre, che non hanno mai avuto paura di fermarsi per ripensare il proprio modello e ricentrarsi sui propri valori nel 2023, e poi per accogliere il primo figlio e godersi pienamente la genitorialità. Perché un marchio gioioso è portato da personalità che lo sono altrettanto. Ed eccoli: dopo due anni di assenza, che possono sembrarne sei tanto la moda corre veloce, tornano alla grande con una nuova collezione battezzata Somehow I manage. Un omaggio alla serie cult The Office, ma anche a quel senso di orgoglio e di soddisfazione che un po’ tutte e tutti proviamo quando finalmente riusciamo a portare avanti ogni cosa.
Ciò che salta agli occhi è evidentemente (e come sempre da Ester Manas) la diversità delle modelle, quelle con cui le bambine che siamo state avrebbero adorato identificarsi. Non incarnano soltanto le donne di una società, ma quelle di una comunità, tanto è forte il senso di sorellanza: sembrano appartenere a uno stesso gruppo di amiche, una famiglia scelta, in cui ognuna ha pienamente il suo posto. Donne che non hanno paura di prendere spazio, per il fisico come per il carattere: aprono la sfilata con passo sicuro e fiero, poi si abbandonano a scoppi di risa nel gran finale, prova che le due cose non sono incompatibili.
La direzione artistica è all’immagine del marchio: volume e aderenza (l’uno o l’altra, a volte entrambi insieme), pizzo e trasparenza, plissé, stropicciato, arricciato, silhouette too much per altri, golose e generose per noi. Sono soprattutto modelle che portano gli abiti e che non ne sono mai prigioniere. Così quando su Instagram Ester Manas scrive: Thank you for welcoming us Paris, we’ve missed you, ci viene voglia di rispondere: we’ve missed you more.

Julie Kegels
All’inizio di settembre vinceva il Prix LVMH 2026. Alla fine dello stesso mese svelava la sua collezione, probabilmente una delle più attese della Paris Fashion Week. Su Julie Kegels gravavano dunque grandi aspettative. Le ha mantenute, e oltre.
Dalla sua nascita nel 2024, Julie Kegels ci ha abituati a proposte di moda particolarmente affilate, poetiche e intelligenti. È senza dubbio la creatrice più gen-z coded del momento. Fine conoscitrice dei social, creativa e curatrice insieme, coltiva uno stile deciso e un’attenzione rara per le piccole cose che non notiamo. E la sua ultima sfilata non fa eccezione.
Legata ai concetti creativi, la collezione ha per tema Apple of the Day. Un richiamo sottile al frutto, ma soprattutto una rilettura immaginata della gravità: quella di Newton, la cui teoria sarebbe nata da una mela caduta sulla sua testa. Più della gravità, qui sembrano messe in discussione anche le norme e le regole attorno alla moda: come si devono portare gli abiti? O meglio, come ci hanno insegnato a portarli?
Julie Kegels propone accostamenti audaci, sorprendenti e spiazzanti, tanto sembrano andare contro le nostre abitudini di vestizione: collant incastrati tra le gambe, spalle che scivolano, gonne che seguono l’ossatura naturale dei fianchi, jeans sbottonati. Eppure tutto tiene, come su un filo. Niente è troppo loose, le silhouette sono coerenti, strutturate ma in un altro modo. Naturalmente continua a immaginare l’uniforme che tutte sogniamo di adottare per andare al lavoro. Qui, però, al di là degli abiti, è uno stato d’animo che sembra difendere: riaffermare la propria identità, anche nella sfera del lavoro, che spesso può costringerci e rinchiuderci.
Ma la sua grande forza sta nel vedere in grande e in piccolo allo stesso tempo. Si applaude la sua visione d’insieme: lo show è pensato dall’inizio alla fine, dall’abito all’accessorio, dal beauty look alla coreografia, fino alla scenografia, dove le modelle sembravano fluttuare su un mare di sabbia in movimento. Resta anche il suo senso infinito del dettaglio, quello che fa parlare e che si ricorda ancora: paillettes colorate scivolate dentro le borse, abiti e gonne trasparenti, code di cavallo divise in due, che richiamano tutto l’universo del gioco.

Mentre gli sguardi sono spesso rivolti esclusivamente alle maison storiche e alle sfilate sensazionali, ci hanno conquistato le proposte di queste tre maison. Rispondono perfettamente all’essenza stessa del prêt-à-porter, collezioni pensate per il quotidiano. Ester Manas spinge il concetto più in là, con un sistema see now, buy now che permette di acquistare i pezzi solo pochi giorni dopo la sfilata.
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